«Sai il CRAL della banca organizza un corso di tango argentino. Penso di iscrivermi. Credo inizi domani sera.»
«Pensi? Devi! Anzi, se a novembre non saprai ballare il tango, non verrò nemmeno a trovarti.»
Andresa sorrise, mentre Enrico le imponeva quell’ulteriore condizione per il loro incontro. Oramai da settimane giocavano a cosa si sarebbe dovuta mettere o non mettere, cosa avrebbe dovuto fare o non fare, dire o non dire il giorno in cui si sarebbero rivisti.
«Ma solo se poi danzeremo insieme, abbracciati stretti stretti l’uno all’altra.»
«Ah! Ah! Ah! Guarda che non è mica un lento. E nemmeno una lambada! Oddio, ma non sai proprio niente del tango! Probabilmente a novembre non ci vedremo.»
La lambada. Erano più vent’anni che non ne sentiva parlare. Si ricordò subito di quella hit che alla fine degli anni ottanta si sentiva dappertutto. Per mesi non era passato giorno in cui in televisione, alla radio e in discoteca non fosse trasmessa almeno una volta. E le tornò alla memoria la gita del terz’anno del liceo, quando il suo compagno di banco l’aveva invitata a ballarla nella piccola discoteca dell’hotel dove alloggiavano. Se fosse stato un altro non avrebbe accettato, ma con lui si sentiva suo agio, libera anche di fare brutte figure. Quante risate si erano fatti! Entrambi rigidi come ceppi di legno, erano uno spettacolo esilarante mentre cercavano di interpretare nel modo più sensuale possibile quella danza.
Andresa, però, si era sentita anche a disagio in quell’occasione, che le aveva confermato quanto poco femminile fosse. Imbarazzo che aveva superato accentuando l’aspetto caricaturale della sua esibizione: se non danzava sul serio, se giocava e basta, nessuno, vedendola, avrebbe pensato che ballava male, che non sapeva muoversi.
Come se adesso fosse cambiata. Non era forse lo stesso maschiaccio di allora? Non era ancora colei che pensava a se stessa prima come individuo che come donna? Fanculo ai lenti e alla lambada allora, che le aveva appena fatto fare un’altra brutta figura.
«Sì, sì, mi sono confusa. Ora stacco. Ci sentiamo dopo cena. Metto l’iphone a ricaricare che tra poco muore. Bacio.»
«Bacio.»
L’indomani in ufficio cercò subito l’e-mail con la circolare del corso. Senza pensarci troppo, stampò il modulo d’iscrizione allegato, lo compilò in ogni sua parte e lo rimandò scannerizzato, sempre per e-mail, al circolo. Le lezioni si sarebbero tenute nella sede del CRAL della sua città tutti i mercoledì dalle dieci alle undici di sera del periodo di tempo compreso tra ottobre e marzo. Cinquanta euro per quattro lezioni al mese. Neanche così poco.
«Saranno i cinquanta euro peggio spesi della mia vita.»
Si ritrovò a dire tra sé e sé. Poi scosse il capo e sorrise, pensando che non era vero: ne aveva comprate di scemenze negli anni e pagate tutte molto di più.
Andresa trascorse il resto della giornata senza più pensare a quell’impegno serale, fino a quando, dopo cena, non arrivò l’ora di prepararsi per uscire. Si fece una doccia veloce e, dopo essersi asciugata i lunghi capelli scuri col phon, si sedette – ancora in accappatoio – sul bordo del letto a fissare l’armadio aperto: non aveva la più pallida idea di come ci si dovesse vestire in circostanze come quella.
Dopo aver fissato il mobile per circa venti minuti, decise di mettersi qualcosa che la facesse sentire carina, ma che fosse al contempo anche comodo. Indossò, quindi, una sottoveste nera che le fasciava il seno con sopra un maxipull di maglina di cotone grigio che le arrivava al ginocchio. Il maxipull era largo, ma non troppo, ed aveva con un’ampia scollatura che le scopriva a turno una delle due spalle, svelando la sottoveste. Anche se era ottobre, era ancora abbastanza caldo, pertanto completò il tutto con dei sandali di pelle nera con tacco dodici allacciati alla caviglia.
Finito di vestirsi, guardò nervosamente l’orologio. Era tardi. Se non fosse uscita subito di casa, sarebbe arrivata senza dubbio in ritardo alla prima lezione. Corse in bagno, dove si sforzò di fare pipì per evitare che le scappasse dopo, si mise un po’ di mascara sulle ciglia e di burro di cacao sulle labbra. Restavano solo i capelli da sistemare. Avendoli asciugati a testa in giù per fare prima, somigliavano adesso ad una sorta di nuvola nera informe. Li spazzolò rapidamente, li tirò indietro e li raccolse in un’improvvisata crocchia. Andresa sorrise della sua immagine riflessa nello specchio del bagno. Tutto sommato con i capelli legati si piaceva, le davano un aspetto idoneo a quello che andava a fare. In fondo le ballerine di tango non portavano tutte i capelli così? Oppure erano quelle di flamenco? Boh. Non avendo tempo per cercare su Internet la risposta a quel dubbio esistenziale, prese la borsa e le chiavi della macchina ed uscì correndo di casa.
«Speriamo solo di non trovare traffico.»
Mentre guidava, fece uno squillo a Enrico: una telefonata breve, solo per avvertirlo che l’avrebbe chiamato alla fine del corso, ovvero passate le undici.
Dopo che lo ebbe salutato, Andresa non poté fare a meno di pensare che se si trovava in quella situazione era proprio a causa sua. Se lui, anche se scherzando, non avesse posto quell’ulteriore aut aut al loro incontro, lei adesso sarebbe stata comodamente spaparanzata sul divano a guardare una replica di “Grey’s Anatomy”.
Aveva conosciuto Enrico ad aprile, durante un workshop di tre giorni a Milano sul rapporto tra banche e social media. Erano finiti a sedere accanto al primo intervento del primo giorno del seminario e, dopo aver scambiato qualche battuta a riguardo ed essersi presentati, non si erano più separati. Lui aveva quarantasei anni ed aveva recentemente divorziato dalla moglie, mentre Andresa ne aveva quasi quarantuno e, dopo aver rotto con il fidanzato storico con cui stava dai tempi dell’università, era ormai single da quattro.
Quelli a Milano erano stati tre giorni indimenticabili per entrambi. Andresa non aveva mai provato un simile feeling con nessuno prima di lui e sentiva che anche per Enrico era lo stesso.
Si erano salutati con un semplice bacio nella guancia, a cui, però, erano seguite settimane di telefonate e messaggi a tutte le ore del giorno (e della notte). A giugno avevano così deciso di rivedersi, trascorrendo un fine settimana insieme, in cui avevano concluso quello che era rimasto d’irrisolto durante il loro primo incontro milanese.
Nonostante abitassero in città differenti, lei ad Arezzo e lui a Torino, cercavano, compatibilmente ai rispettivi impegni, di vedersi almeno tre o quattro volte al mese. Ma a volte capitava che passassero anche periodi più lunghi. Ad esempio, ad ottobre non avrebbero potuto trovarsi per via di un progetto che vedeva Enrico molto impegnato.
Andresa aveva conosciuto il suo precedente compagno (e tutti i ragazzi con cui era uscita prima di lui) nella cerchia dei suoi amici, dove tutti conoscevano il suo carattere forte e determinato. In passato questo aspetto non le era mai interessato molto, ma adesso cominciava a pesarle perché non si riconosceva più in quell’immagine.
Con Enrico, però, era diverso. Con lui voleva lasciarsi andare, provare ad abbandonare quel “personaggio”, dietro al quale si era nascosta troppo a lungo, e cercare di essere finalmente se stessa. Per questo ci teneva tanto al fatto che lui la considerasse una donna sensuale e femminile e non quel “garçon manqué” che tutti credevano che fosse.
Parcheggiata la macchina, Andresa prese il cellulare per memorizzare il numero civico in cui si trovava la sede del CRAL dove si sarebbe tenuto il corso: la via la conosceva, ma l’edificio no.
Arrivata davanti al portone, si sentì improvvisamente agitata. Scacciò dalla testa l’idea di andare a prendersi un caffè nel bar accanto (e poi tornarsene a casa) e premette il campanello. Non aveva finito di pigiare il pulsante, che la porta scattò per aprirsi. Probabilmente i due meccanismi erano collegati tra di loro. Entrò così timidamente nel portone e si trovò davanti a delle scale buie. Mentre col cuore che batteva veloce saliva, pensò, stizzita, che già che c’erano potevano collegare al campanello anche le luci.
Dopo poche rampe trovò il portone che cercava: un uscio di legno bianco e vetro smerigliato, che spinse piano, temendo ciò che si poteva celare dietro. Quello che vi trovò, però, non fu altro che una specie di bar, tipo quei vecchi bar dello sport che potevi trovare ancora in alcuni paesini toscani.
«Buonasera. Mi scusi, dove devo andare per le lezioni di tango?»
Chiese timidamente Andresa alla signora, di origini apparentemente sudamericane, che si trovava dietro al bancone.
«Alla fine del corridoio dietro a questa porta.»
Rispose la donna, che le sorrise e le indicò a sinistra.
Arrivata in un salone di dimensioni enormi, vide che dentro c’erano già quattro coppie che ballavano. Erano vestiti tutti in maniera assurda: gli uomini con pantaloni con pince, che stringevano alla caviglia, e camicie ampiamente sblusate alla vita; le donne con abiti che sarebbero potuti risultare eleganti per una cena di quanti, venti, venticinque anni prima?
Andresa si chiese dove accidenti fosse finita ed ebbe di nuovo la tentazione di fuggire. Accortasi della sua espressione smarrita, una delle coppie smise di ballare e le andò incontro.
«Ciao, sei qui per il corso di tango?»
Le chiese l’uomo, sorridendole. Era un signore sulla cinquantina dall’aria simpatica, nonostante il mefistofelico pizzetto nero.
«Sì.»
Rispose Andresa titubante e la coppia la invitò a seguirla verso un tavolo appoggiato a destra contro una delle pareti della stanza. Qui sempre l’uomo prese un foglio e glielo porse.
Sopra vi era una tabella con le seguenti colonne: nominativo, numero di telefono, e-mail e firma. Andresa prese una penna dalla borsetta e compilò rapidamente il modulo. Lo riappoggiò sul tavolo ed aprì nuovamente la borsa per prendere cinquanta euro che dette all’uomo.
«Io mi chiamo Pietro,» disse il signore porgendole la mano, che Andresa strinse vigorosamente, «mentre lei è Martina. Teniamo noi il corso.»
«Piacere, io sono Andresa.»
«Andresa, che bel nome. Lo sai che è argentino? Piacere.»
Finite le presentazioni e l’illustrazione del programma del corso, Andresa guardò perplessa il salone e le coppie che continuavano a ballare.
«Io però non ho il ballerino, sono sola.»
Mormorò, come per scusarsi.
«Poco male, anzi… Martina controlla dov’è Marco e fallo venire.»
Martina scattò immediatamente agli ordini di Pietro e usci dal salone. Dopo pochi secondi rientrò in compagnia di un bell’uomo sulla quarantina.
«Lui è Marco. Ti aiuterà lui a imparare il tango.»
Detto questo, Martina e Pietro si allontanarono per raggiungere le altre coppie.
Andresa si presentò a Marco e sentì crescere in lei l’imbarazzo.
«Ti avverto: io non ho mai ballato e sono veramente negata per la danza.»
«Se non hai mai ballato come fai a dirlo?»
Andresa arrossì immediatamente nell’udire quelle parole: stava nuovamente prendendo le distanze, mettendo le mani avanti. Per proteggersi sì, ma da cosa? Al massimo avrebbe scoperto che era veramente negata per il ballo, niente di più. E questo l’avrebbe resa meno “donna”? Alzò lo sguardo verso Marco e, notando che sorrideva mentre la fissava negli occhi, divenne ancora più rossa. O almeno quella fu la sensazione che ebbe, insieme ad un’improvvisa vampata di calore.
«Cominciamo subito.»
Le prese le mani e posizionò la sinistra dietro alla sua spalla, la destra a contatto con la sua.
«Non aggrapparti a me, cerca di tenere unite le dita. Così.»
Marco cominciò ad andare all’indietro e Andresa cercò di seguire, con un certo impaccio, i suoi passi specularmente.
«Lo vedi che ti stai aggrappando a me?»
Effettivamente la sua mano stringeva adesso la spalla di Marco, ogni suo dito era agganciato ad essa quasi fosse un arpione.
«Scusa mi viene spontaneo…»
«Allora proviamo così.»
Marco liberò la mano destra da quella di Andresa e la portò dietro alla nuca di lei. Qui le sfilò l’elastico con cui teneva fermi i capelli e lo utilizzò per legare insieme le dita della mano sinistra della donna.
«Proviamo adesso.»
Dopo un giro e mezzo del salone, dove Andresa fece una fatica terribile per cercare di stargli dietro senza inciampare o pestargli i piedi, lui le sorrise ancora e le sussurrò all’orecchio che adesso andava molto meglio e che coi capelli sciolti era decisamente più carina.
Se prima era arrossita, Andresa non riusciva ad immaginare di che colore fosse adesso. Fucsia probabilmente.
«Bene, questo era per riscaldarci un po’. Pensavo peggio dopo quello che mi avevi detto. Devi cercare solo di essere un po’ più rilassata, anche se è normale tu sia così alla tua prima lezione.»
Che bel sorriso che aveva Marco. Andresa si scoprì a sperare che non fosse gay, vergognandosi un po’ di dare credito a quel vecchio luogo comune che voleva omossessuali tutti i parrucchieri, ballerini, stilisti e arredatori di sesso maschile.
«Grazie.»
«Nel tango ricordati che è l’uomo a guidare, quindi dovrai imparare a seguire le mie mosse. Niente di più facile!»
«Mica tanto…»
«Vedrai. Intanto vieni un po’ verso di me, con una lieve inclinazione del corpo. No, non così tanto, altrimenti ti sbilanci e perdi l’equilibrio. Ecco, sì, abbandonati a me, con tutto il corpo e non solo col busto. Ottimo. Ed ora Andresa proviamo un esercizio semplice che ti aiuti a capire come lasciarti guidare da me. Devi imparare a sentire come mi muovo ed a venirmi dietro.»
Le prese quindi entrambe le mani e le collocò sopra i suoi pettorali, perfettamente svelati dalla t-shirt nera aderente che indossava, e ricominciò il giro della sala.
«Lo senti in che direzione vado? Destra e poi sinistra, non devi far altro – ti ripeto – che imparare a capire questo e starmi dietro.»
Andresa provò a fare come diceva lui, mentre delle gocciole di sudore le si formavano alla base della nuca per poi scenderle lungo tutta la colonna vertebrale. Non aveva mai provato una sensazione simile. Continuava a sentirsi impacciata, vero, ma anche in pace con se stessa e con la sua femminilità e questo era piacevole.
Pietro e Martina le sfrecciarono accanto. Anche loro ballavano con gli altri adesso, solo che lei, da quando era finita tra le braccia di Marco, non aveva avuto occhi che per lui ed i suoi piedi. Pietro le fece addirittura l’occhiolino quando le passò vicino.
«Che vergogna,» pensò Andresa, «forse si è accorto che sto sudando.»
Ma dopo pochi istanti tornò a concentrarsi sui movimenti del corpo di Marco.
«Dai, per essere stata la tua “prima volta” non è andata affatto male. Sai, la ragazza che ballava con me è rimasta incinta, quindi credo che per un po’ non avrà tempo per il tango. Sono sicuro che ci divertiremo molto a ballare assieme io e te. Che fai adesso? Torni subito a casa o ci prendiamo una birra?»
Andresa sorrise e rispose ok alla birra, accorgendosi solo in quell’istante e non senza una punta di dispiacere che la musica era finita e le undici erano passate da un pezzo. Avrebbe dovuto chiamare Enrico adesso, ma decise di rimandare la telefonata all’indomani, in fondo lui adesso era così lontano, mentre Marco – di contro – talmente vicino…

[Racconto pubblicato nella raccolta “Dance with me”, eif NARRATIVA – Edizioni Il Foglio (codice ISBN: 978-88-7606-570-5)]

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