La ragazza del bikini

Pietro era stato per Sabrina il rimpianto, l’opportunità persa, il “chissà se”. L’aveva rifiutato lei, anche se non ne ricordava il motivo; forse solo perché abitavano in due città diverse e lei a quei tempi non credeva nelle relazioni a distanza. Così, quando lui le aveva chiesto l’amicizia su Facebook dopo quasi trent’anni dal loro primo incontro e oltre venti dall’ultima volta che si erano visti, l’aveva accettata entusiasta: l’idea che il destino volesse dare loro una seconda possibilità l’aveva fatta star bene. Da quel momento tutto era stato facile: un Like a una foto, un commento a un articolo condiviso e dopo due settimane chattavano già su WhatsApp. Nelle loro conversazioni rievocavano il passato, di come si erano conosciuti, dei loro incontri, dei sentimenti che allora Pietro nutriva nei suoi confronti. Sabrina – a sentirlo – era stata importante per lui, che la ricordava, poco più che ventenne, in bikini, in un giorno d’estate nella spiaggia della zona di mare dove lui abitava. Sabrina aveva finto di non ricordare, ma si rivedeva anche lei giovane e snella, distesa su un telo a prendere il sole con lui davanti.

Pietro passeggiava sul bagnasciuga con un amico, quando l’aveva riconosciuta. Due chiacchiere e se n’era andato, prendendole in prestito una musicassetta dei Boyz II Men, che lei aveva appena finito di ascoltare e Pietro aveva intravisto dallo sportellino aperto del walkman appoggiato sulla sabbia. 

«Te la riporto più tardi.» Le aveva detto e con un sorriso sornione aveva ripreso a camminare.

La giornata era passata in fretta e, poiché Pietro non era tornato come promesso, Sabrina si era vista costretta ad andare a cercarlo lungo la spiaggia per riavere la musicassetta.

Trovarlo non era stato difficile: lui e l’amico erano seduti al bar di un bagno poco distante a sorseggiare una birra. Sabrina aveva ripreso ciò che era suo e se n’era andata, salutandoli entrambi con distacco. Per tornare a casa aveva preso il primo pullman disponibile e, una volta rientrata, non aveva più pensato a quella giornata.

Almeno fino al momento in cui lui l’aveva rievocata.

«Sai, non sono tornato a riportartela per costringerti a venire da me.» Aveva confessato Pietro a Sabrina in una delle telefonate che, regolari, si erano aggiunte ai messaggi. «Volevo guardarti in piedi, soprattutto per riuscire ad ammirarti il culo mentre camminavi.»

Sabrina aveva finto sdegno nell’udire quell’ammissione, ma in cuor suo si era anche sentita lusingata. Non poteva, però, fare a meno di chiedersi che impressione ne avrebbe avuto Pietro se lo avesse visto adesso, segnato dalla cellulite e di almeno due taglie più grande.

«Che ne dici di una bella rimpatriata?» Aveva suggerito a quel punto Pietro.

«Mi stai chiedendo un appuntamento?» Aveva suggerito lei, con tono malizioso.

«Chiamalo come ti pare; che ne dici?»

La proposta di Pietro aveva spiazzato Sabrina, che si sentiva già appagata con quelle attenzioni a distanza. Così era rimasta qualche secondo in silenzio a pensare. Dopo essersi detta tra sé e sé “perché no?” un paio di volte, alla fine aveva accettato l’invito. Si sarebbero incontrati davanti a una chiesetta in una delle piazze del centro della città, dove abitava Sabrina, di lì a tre giorni. 

Il giorno fissato per l’appuntamento era arrivato in fretta. Sabrina aveva passato ore a scegliere l’abito da indossare, combattendo con l’ansia di non essere all’altezza del ricordo di lui. Il suo corpo non era mai stato un problema per lei, qualcosa alla cui cura dedicare troppo tempo. Adesso, però, se ne pentiva e, guardandosi allo specchio con seno, braccia e pancia cadenti, sentì come una fitta alla bocca dello stomaco, che la costrinse a sedersi e respirare piano prima di riprendere a vestirsi. Alla fine aveva scelto per un abbigliamento sportivo, ma non troppo, che la faceva sentire a suo agio e nascondeva le sue forme generose.

Stava aspettando da venti minuti, quando Pietro arrivò. Lei gli sorrise, riconoscendolo subito, nonostante anche lui avesse più di qualche chilo di troppo e una vasta e mal celata stempiatura. Pietro, invece, prima andarle incontro, si era guardato intorno e aveva armeggiato con il cellulare; solo dopo esserselo rimesso in tasca, le aveva rivolto con la mano un cenno di saluto.

«Scusi, ci conosciamo?» Aveva chiesto. «Ha un’aria vagamente familiare. Non è che è la mamma di…»

Sabrina, nonostante la banalità dell’approccio, era scoppiata in una risata così contagiosa da levare a entrambi ogni imbarazzo. I due decisero così di andare in un bar poco lontano per prendersi un caffè insieme e parlare dei bei tempi andati.

Seduti a un tavolino interno del bar, Sabrina si sentiva ancora stordita dall’emozione: tutte le attenzioni, che Pietro le aveva dedicato da quando si erano ritrovati, avevano risvegliato in lei sentimenti che da tempo non provava più, da molto prima che il marito la lasciasse per una donna più giovane. Carezzandosi la prima falange dell’anulare sinistro col pollice, Sabrina quel giorno era felice, sentiva di poter guarire da quelle ferite, che seppur non visibili lei sentiva ancora aperte nella sua anima. Bastarono, però, pochi minuti perché l’atmosfera tra lei e Pietro cambiasse. Lui aveva, infatti, smesso presto di parlare, si era messo con la schiena dritta contro lo schienale della sedia e aveva preso controllare ogni centimetro del corpo di Sabrina, mettendola in imbarazzo. Lei, di contro, aveva provato a riempire quei momenti di silenzio, riportando la conversazione sul loro passato.

«Sei diversa.» Concluse lui, dopo aver buttato giù il caffè tutto d’un sorso.

Alle orecchie di Sabrina quella non sembrò un’osservazione, ma una sentenza.

«In che senso?» Chiese, pentendosene un attimo dopo. 

Lui scosse la testa e confermò ciò che lei aveva intuito, aggiungendo:

«Nelle foto del tuo profilo sembravi più, come dire, simile alla Sabrina che ricordavo, quella della spiaggia.»

Sabrina, che stava sorseggiando il suo caffè macchiato, incassò il commento senza battere ciglio. Dopo un paio di secondi provò ad abbozzare sorridendo: «Beh, Pietro, sono passati trent’anni. Credo sia normale, no? Anche tu…»

Non ebbe modo di finire la frase che lui riprese, senza sorridere a sua volta:

«E no, io non sono diverso. Io non uso filtri nelle mie foto. Ti dico onestamente che – e non ti offendere – se non fosse stato che c’eri solo tu in piazza, non ti avrei nemmeno riconosciuta.» Al che estrasse il telefono dalla tasca e cominciò a scorrere la pagina Facebook di Sabrina.

Lei lo guardava con gli occhi straniti e la bocca semiaperta, incapace di credere a quello che le sue orecchie stavano sentendo.

«Non importa, alla fine voi donne siete tutte fatte così: sempre a fingere di essere diverse. Del resto quando una è bella davvero non ha bisogno di trucco e trucchi.» Aggiunse, ridendo, orgoglioso del suo gioco di parole.

Sabrina, invece, si sentiva umiliata. Finì il suo caffè e si alzò per dirigersi alla cassa per pagarli entrambi. Lui la lasciò fare e dopo uscì con lei dal bar.

«Ora che facciamo?» Chiese Pietro una volta fuori. «Dove mi porti di bello?»

Sabrina si stupì di quella domanda: dopo i commenti poco cortesi che lui le aveva dedicato prima, aveva considerato concluso il loro appuntamento. Decise, quindi, di mentirgli e dire che aveva un impegno imprevisto e inderogabile da onorare.

«Ma come? Mi fai fare un’ora di macchina per venire a trovarti, con quello che costa la benzina, e poi mi pianti in asso così?» Si lamentò Pietro, lasciando Sabrina indecisa su come rispondere.

«Non è che ti sei offesa per quello che ti ho detto prima? Io l’ho fatto per te.» Aggiunse lui. «Il mio voleva essere un complimento. Anche se ti sei lasciata andare, sono certo che se ti dai da fare puoi rimetterti in forma presto. Forse hai solo bisogno di qualcuno che…»

«No, nessuna offesa.» Lo interruppe lei. «Ma devo andare davvero.»

«Accompagnami almeno alla macchina». Replicò Pietro, tirando un calcio a un sassolino.

Sabrina, per dimostrargli che non se l’era presa e per educazione, decise di acconsentire a quell’ultima richiesta, giurando a sé stessa di non risentirlo mai più dopo quel giorno: avrebbe aggiunto quella giornata alla sua collezione di brutte esperienze e anticipato l’appuntamento con la psicoterapeuta per superarla il prima possibile.

Pietro aveva parcheggiato l’automobile in una viuzza della zona industriale della città di Sabrina, in periferia. La strada a quell’ora era deserta: oltre a un gatto acciambellato su un muretto, non si vedeva altra anima viva. Quando arrivarono davanti al veicolo, Pietro aprì la portiera e i due si salutarono. Fu un saluto abbastanza formale, fino a quando, dopo essersi stretti la mano, Pietro aveva tirato Sabrina a sé e l’aveva spinta dentro l’abitacolo, sdraiandola sopra i due sedili davanti. Un attimo dopo le fu addosso e incominciò a baciarle il collo.

«Smettila.» Lo supplicò Sabrina.

Pietro, però, non dette segno di averla sentita e le alzò la maglietta fin sopra alle clavicole con la mano destra, mentre con la sinistra le stringeva entrambi i polsi oltre la testa.

«Smettila.» Ripeté con più decisione lei.

«Voglio solo ritrovare la ragazza del bikini di trent’anni fa. Non la versione trasandata che mi hai presentato oggi. Anche se allora magari non me l’avresti mai data.»

Al che Pietro le aveva sollevato il reggiseno, scoprendole il petto.

«Smettila!»

Quell’ultima cattiveria, più di quell’inaspettata aggressione, fu come una scossa elettrica per Sabrina, che la fece destare dallo stato di torpore in cui era caduta. Lei comprese che il suo “chissà se” con Pietro non era stata un’opportunità persa, ma un pericolo rimandato di trent’anni. Pietro non aveva voluto conquistare lei con tutti i suoi messaggi e le sue attenzioni, ma solo arrivare a possedere la ragazza che lo aveva rifiutato da giovane, forse per vendetta o rivalsa o per sentirsi, anche lui, ancora desiderabile.

Con una ginocchiata secca e precisa, Sabrina neutralizzò Pietro, che rotolò fuori dalla vettura piegato in due per il dolore, soffocando un gemito di dolore. Lei ne approfittò per ricomporsi e uscire a sua volta dal lato opposto.

«Maledetta stronz…» Farfugliò lui con le lacrime agli occhi, cercando di rialzarsi.

«Dovevi smetterla quando te l’ho chiesto la prima volta e ora vattene.» Disse Sabrina, con una voce che fece fatica a riconoscere come sua, tanto era ferma.

Lui fece un passo verso di lei con il volto stravolto. Sabrina, però, non indietreggiò. Afferrò il cellulare e lo puntò contro di lui, il pollice pronto sullo schermo.

«Fai un altro passo e questa diventa una diretta streaming. Vediamo se i tuoi amici su Facebook ti metteranno ancora Like, quando vedranno chi sei veramente.»

Pietro si bloccò. Deglutì forte e risalì in auto in silenzio. Prima di sgommare via, le gridò contro l’ultimo insulto:

«Addio, brutto cesso!»

Sabrina rimase a guardare la scia di fumo nero lasciata dall’auto. Si sentiva stranamente leggera. Estrasse dalla borsa lo smartphone, ma non c’era nessuna diretta avviata. Cancellò, quindi, il contatto di Pietro e poi, con un gesto definitivo, anche il suo account da Facebook. Basta coi social almeno per un po’, si disse.

Camminando per tornare in centro, si guardò le sneakers ai piedi e si sentì a proprio agio. Non era più la ragazza del bikini di un tempo, che della vita non sapeva niente e sarebbe stata sicuramente vittima di quel ridicolo predatore, e le andava bene così. Adesso era una donna matura con una voce sua, che nessuno poteva più mettere a tacere. Gli anni passati le avevano riservato dolori, delusioni, insieme a gioie e traguardi raggiunti a fatica e proprio per questo ancora più importanti. Il suo corpo non era bello e tonico come a vent’anni, ma dove era scritto che questo fosse un male: le sue gambe erano ancora sane e forti e passo dopo passo le stavano restituendo quella fiducia e orgoglio in sé stessa, che nessun uomo sarebbe mai più riuscito a toglierle.

[Racconto pubblicato in “No alla violenza contro le donne. Vol. 2”, Historica Edizioni (codice ISBN: 978-88-33377-06-3)]

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