Compagni di viaggio a Istanbul

Matteo si avvicinò alla scrivania della zia Sandra, dove nello schermo del PC acceso scorrevano in maniera casuale foto di città sconosciute. Quando l’immagine della zia comparve in primo piano in una delle immagini, il bambino puntò il dito verso il video ed esclamò entusiasta:

“Come sei bella zia in questa foto! Che capelli lunghi!”

A quelle parole la donna, seduta poco lontano, ripose la rivista che stava sfogliando, si voltò verso di lui e sorrise.

“Grazie amore mio! Hai già finito di fare i compiti?”

Al suo segnale di assenso, la zia si alzò e si mise a scorrere insieme a lui le foto della cartella, in cui era salvata l’immagine che aveva destato la sua attenzione.

“Sai pulce, queste foto sono del 2012, quando lo zio e io siamo andati a Istanbul, una delle città più belle e importanti della Turchia. L’avete studiata a scuola?”

Il bimbo rimase in silenzio un attimo, poi scosse il volto in senso di diniego e si rimise a guardare il monitor del computer.

“Qui sono in piazza Sultanahmet, vicino ai resti di un ippodromo bizantino e dei due monumenti sacri più importanti della città.”

Matteo, sedutosi sulle ginocchia della zia, appoggiò i gomiti sulla scrivania, avvicinò il viso allo schermo e domandò incuriosito:

“Hai il piumino, come mai?”

Sandra allora spiegò: “Non ci siamo andati d’estate, ma a fine febbraio, e faceva un freddo incredibile. Pensavo che la città, che si trova tra due mari, il Mar Nero e il Mar di Marmara, avesse un clima un po’ più mite del nostro in inverno. Invece, ha anche nevicato nei giorni in cui siamo stati lì.”

Dopo qualche secondo di silenzio, la donna decise di proseguire il resoconto di quei giorni in Turchia.

“Quando siamo arrivati, la piazza era avvolta da una fitta foschia. Appena scesi dal tram, che ci aveva condotto sin lì, ci siamo sentiti come catapultati in un altro mondo, in un’altra cultura. Il forte freddo ci ha fatto immediatamente arrossare naso e guance, così abbiamo deciso di comprare qualcosa di caldo dai venditori ambulanti che affollavano la zona per scaldarci. Alcuni vendevano simit, ciambelle di pane al sesamo, altri salep, una bevanda calda a base di latte, zucchero e cannella, ma tuo zio si è voluto fermare al carretto che proponeva misir e kestane, ovvero mais grigliato e castagne arrostiste. Secondo te cosa ha comprato?”

La donna fece l’occhiolino al nipote, come segnale d’intesa, e il bambino puntò l’indice sulla scritta kestane che compariva nel carretto della foto sullo schermo.

“300 grammi di caldarroste per 10 lire turche, l’equivalente dei nostri 3 euro. Questa dietro è la Moschea Blu.”

“Ma se è grigia! E poi cos’è una moschea?” Esclamò Matteo.

“Le moschee sono come le chiese, ma per i musulmani. Il nome di questa è dovuto alle piastrelle che rivestono i suoi interni, non al colore che ha all’esterno. Guarda!”

Al che Sandra cercò tra le foto quelle del giorno in cui lei e il marito l’avevano visitata e si vedevano le piastrelle di ceramica turchese inserite nelle pareti e nella cupola.

“Nella moschea non si può entrare con le scarpe, quindi all’ingresso ce le hanno fatte togliere e siamo rimasti in calzini. Per fortuna il pavimento è tutto ricoperto da tappeti, così non abbiamo sentito freddo ai piedi. Inoltre, al suo interno le donne devono coprirsi i capelli e il collo con un velo.”

“Anche tu?” Domandò il bimbo incuriosito.

“No, io no, perché indossavo già berretto e sciarpa per ripararmi dal freddo. Vedi. Questa zona poi la possono visitare soltanto gli uomini, così c’è andato solo lo zio accompagnato da un signore che gli ha fatto da guida.”

All’interesse mostrato dal nipote, la zia risposte con qualche informazione in più sulla città.

“Istanbul è l’unica metropoli al mondo che appartiene a due continenti, poiché si estende sia in Europa che in Asia. Che dici: cerchiamo qualche notizia in più su Internet?”

Il bambino accennò subito un sì, reclinando in avanti e indietro il volto, e la donna scrisse “Istanbul” su Google. Scorrendo tra i risultati della ricerca, oltre all’inevitabile rimando alla pagina di Wikipedia dedicata, comparirono, però, insieme agli articoli di natura turistica anche servizi sull’attentato kamikaze avvenuto nella città una settimana prima.

“Zia, ma è un posto pericoloso allora?”

Matteo nel leggere quei titoli si era spaventato un po’ e guardava adesso la donna con lo sguardo sbalordito.

Marco, uscendo dal bagno, aveva intercettato la conversazione tra la moglie e il nipote e si era messo ad ascoltarla appoggiato allo stipite della porta dello studio. A quelle parole decise di prendere parte anche lui alla conversazione.

“Se è per questo, anche nei giorni in cui eravamo noi lì c’è stato un attentato: mentre passava un bus con dentro dei poliziotti è esplosa una bomba, che ha ferito sedici persone.”

Matteo si voltò a guardare lo zio con la bocca spalancata, mentre Sandra gli rivolse un’occhiataccia.

“Avete avuto paura?” Chiese.

“Macché! I poliziotti sono stati bravissimi a gestire la situazione e noi non ci siamo accorti di nulla. Se non ce l’avesse detto la nonna al telefono, forse non lo avremmo neppure mai saputo!” Rispose prontamente Sandra, prima che il marito avesse il tempo di farlo.

“Perché lì la gente usa le bombe? I turchi sono persone cattive?” Incalzò gli zii Matteo.

“Certo che no!” Ribadì con forza Sandra, abbracciando il nipote.

A quel punto Marco si avvicinò a loro per osservare meglio la foto che era a video in quel momento, ovvero Sandra appena uscita dalla Moschea.

“Anche se si riconosce l’abile mano del fotografo, devo ammettere che stavi davvero bene con i capelli lunghi, tesoro.”

Sandra si voltò in direzione del marito e gli mandò un bacio prima di ringraziarlo a voce per il complimento.

“Accidenti che tracollo che hai avuto in soli quattro anni! Guarda cosa ti fa a volte la vita…”

Marco e Matteo si misero a ridacchiare, che indicava sconsolato con una mano l’immagine sullo schermo e l’altra il viso in carne ed ossa della donna. Sandra, invece, li guardava entrambi con uno sguardo tra il torvo e il divertito.

“Mentre tu invecchieresti bene, eh? Questa pancetta non c’era mica nel 2012.” Ribatté lei alla battuta del marito, andandogli a carezzare provocatoriamente l’addome.

“Ma quale pancetta? Non vedi che tartaruga che ho?” Dichiarò Marco, trattenendo il respiro.

“Sì, sì, infatti, della tua tartaruga Matteo e io notiamo perfettamente il carapace.”

Dopo che tutti e tre ebbero smesso di ridere, Marco si rivolse direttamente a Matteo sussurrandogli all’orecchio:

“Sai, la zia era così carina quell’anno che due uomini hanno quasi fatto a pugni a causa sua…”

Matteo sgranò gli occhi ed esclamò: “Davvero?”

“Davvero! Ora ti racconto.”

Prima che Marco iniziasse la storia, Sandra provò a dissuaderlo: “Ma smettila di dire fesserie. E te, Matteo, non lo ascoltare.”

Oramai, però, era fatta, Matteo voleva sapere tutto.

“Zio racconta! Ti prego!”

Così Marco cominciò: “Allora era proprio il primo giorno della nostra vacanza…”

Era il 26 febbraio del 2012. Sbarcati all’aeroporto di Istanbul, Sandra e Marco avevano dovuto prendere, per raggiungere il loro albergo situato nel quartiere di Sultanahmet, prima la metropolitana, poi un tram.

Il tram straripava di persone. Dopo essere riusciti a stento a entrarvi, Marco aveva afferrato uno dei ganci che pendevano dal soffitto per reggersi, mentre Sandra, che vi arrivava soltanto mettendosi sulle punte, aveva deciso di farne a meno, stretta tra i corpi degli altri viaggiatori in piedi. Appiccicata a lei c’era una donna alta con un lungo cappotto color cammello, che portava i capelli coperti da un hijab, accompagnata da una signora più anziana, vestita nella stessa maniera. Loro tre erano le uniche donne dello scompartimento.

Dopo un paio di fermate, la donna più anziana aveva accusato un malore ed era crollata a terra svenuta. L’altra donna aveva così cominciato a urlare così forte, che l’autista del tram se ne accorse e fermò bruscamente il mezzo. Come il veicolo si bloccò di colpo, tutti persero l’equilibrio e si spostarono di qualche passo in avanti per recuperarlo. Sandra, che non si reggeva a niente, arrancò per circa un metro e, per non cadere, afferrò il primo appiglio disponibile, finendo per infilare la mano dentro ai pantaloni (e mutande) dell’uomo che aveva davanti e andandogli, così, a toccare il fondoschiena.

Dopo che ebbe recuperato l’equilibrio, Sandra sfilò subito la mano dall’improprio appiglio. L’uomo, a cui aveva, tastato il sedere, a quel punto si tolse il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni e iniziò a sventolarlo sotto al naso del ragazzo che aveva alle spalle, urlandogli contro in turco.

Mentre l’anziana signora veniva soccorsa e fatta scendere dal tram, i due uomini cominciarono a discutere animatamente, inveendo l’uno contro l’altro e spintonandosi a vicenda.

Sandra, resasi conto di essere la responsabile di quell’equivoco, si avvicinò a essi e dichiarò più volte in un inutile italiano: “Signore, mi scusi. È stata colpa mia! Colpa mia! Stavo per cadere e mi sono aggrappata a lei per sbaglio!”

Sia la mimica che le parole di Sandra furono, però, ignorate dall’uomo palpeggiato, che continuò a dar contro all’altro uomo ancora per un po’. Dopo qualche minuto di tensione, la disputa terminò senza degenerare in una rissa vera e propria e tutto tornò pian piano alla normalità. Sandra a quel punto poté riavvicinarsi al marito, che stava appoggiato a un palo del tram, scuotendo il volto in segno di rassegnazione.

“… Per fortuna dopo poche fermate siamo scesi e siamo riusciti ad arrivare incolumi all’hotel!”

Matteo adesso sghignazzava come un matto, mentre lo zio cercava di riprodurre l’espressione che aveva quel 26 febbraio, aggiungendo:

“Tua zia non è proprio da portare a giro!”

Sandra, che aveva ascoltato sorridendo il racconto del marito, continuò a recitare la parte dell’offesa per far ridere ancora di più il nipote.

“Ah sì?” Disse quindi con un vocione che doveva sembrare arrabbiato.

“È vero: viaggiare con te può risultare molto pericoloso.” Sentenziò Marco, continuando a ridacchiare con il nipote e, per rafforzare il concetto, aggiunse: “Sai Matteo, quella furbacchiona di tua zia una volta è riuscita anche a farsi mordere in uno zoo da un sorcio gigante…”

Il bimbo, di nuovo a bocca aperta, li guardava entrambi sbalordito.

“Davvero?” Chiese.

Ma mentre Marco si accingeva a un nuovo racconto, Sandra intervenne tempestivamente per bloccarlo: “Innanzitutto non era un sorcio, ma un trichosurus vulpecula. E poi per oggi basta storielle: è l’ora della merenda e, prima che torni la mamma a prenderti, devo controllarti i compiti e risentirti scienze. Quindi fila subito in cucina!”

A quelle parole Matteo uscì dalla stanza, borbottando di neve, moschee e tram impazziti, e andò subito dove la zia gli aveva detto. Anche Sandra si alzò dalla sedia e, prima di raggiungerlo, abbracciò il marito che era rimasto lì ad attenderla: “Quindi io non sarei da portare a giro?”

Marco a quel punto strinse più forte a sé la donna e, prima di baciarla, le bisbigliò all’orecchio: “Scherzi? Ti immagini che noia sarebbe andare a giro senza di te! Sai che ti dico? Se la vita è davvero un viaggio, non poteva davvero toccarmi una compagnia migliore.”

[Racconto pubblicato in “Inizia il Viaggio”, Menhir Edizioni – Edizioni Cammeo (codice ISBN: 979-1-298-59376-3)]

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