Anche oggi è arrivata puntuale come al solito. Quando è entrata nella stanza, ho guardato l’orologio a muro posizionato nella parete di fronte a me ed erano le 9:02. Non tarda mai più di cinque minuti: impressionante.
Ha appoggiato la borsa sopra al divano, insieme al soprabito, con quei gesti nervosi e rapidi che le ho visto compiere centinaia di volte. Poi è sparita per tornare poco dopo con il cellulare in mano.
Non so chi chiami tutte le mattine, né di cosa parli. Non capisco la sua lingua. Distinguo, però, tutte le sue emozioni: la gioia da quella risata sguaiata e un po’ volgare che le scuote il petto, la preoccupazione dall’incalzante botta e risposta con il suo interlocutore, la tristezza… beh, la tristezza è facile da riconoscere, perché, quando lei è triste, si siede. Si mette a sedere composta nella poltrona rossa alla mia destra, con i piedi uniti sul tappeto e il busto inclinato in avanti. Rimane in silenzio così, anche per minuti interi, ad ascoltare. A volte piange, a volte no.
Oggi, però, sembra allegra.
Cerco di seguirla con la coda dell’occhio, mentre si muove da una parte all’altra della stanza, anche se il riflesso sul vetro mi limita a tratti la visuale.
Inizia sempre dalla libreria. Passa lo spolverino sui libri con delicatezza, canticchiando un motivo della sua terra. Può capitare che ne prenda uno: ne sfiora il dorso con l’indice della mano destra e poi lo sfila; ne guarda la copertina un attimo e poi lo ripone nuovamente tra gli altri.
Quindi passa al tavolino da fumo collocato al centro della stanza, disposto tra me e l’altra parete. C’è sempre un attimo in cui la sua figura si sovrappone al riverbero della mia; io quell’attimo lo attendo tra gli altri centomila della giornata. Il mio candore schiarisce la sua pelle scura, creando un incarnato nuovo che non è né più il mio né più il suo, ma il nostro. E qualcosa si smuove in me, anche se non capisco come ciò possa avvenire.
Ora che ha finito, spalanca le finestre, lasciando entrare sole e vento nella stanza. La luce attraversa il cristallo, facendo scomparire la mia immagine grottesca e ridicola, ma al contempo permettendomi di riuscire a osservarla meglio.
I suoi lunghi capelli neri si muovono insieme alle tende in una danza misteriosa. Sorridendo, li raccoglie alla nuca con un fermaglio e viene verso me. Mi carezza con una dolcezza, che da anni avevo dimenticato, e mi sussurra con il suo accento esotico: «Joyeux Noël».
Quindi si allontana per uscire dalla stanza.
Io vedo i candidi fiocchi stagliarsi contro l’azzurro del cielo. È solo un istante, il mio istante eterno trascorso il quale tutto torna alla normalità.
Già, perché oggi non è Natale, come indica il datario dell’orologio a muro, che riporta la scritta “4 marzo”. Joyeux Noël è soltanto il mio nome, Joyeux Noël 1995 per l’esattezza, e io non sono altro che un pupazzetto di plastica rinchiuso per sempre dentro a una boule à neige, ricordo di un viaggio lontano che non è stato il mio.

[Racconto pubblicato nella raccolta “Frammenti del domani”, Amazon Fulfillment (codice ISBN: 979-82-53616-07-9)]

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