La cucina, quella domenica pomeriggio di fine ottobre, sembrava un campo di battaglia: gocce di cioccolato combattevano contro mandorle e nocciole per garantirsi il predominio sul tavolo. Le codette di zucchero cadute non si contavano più in quella distesa desolata di farina che era diventato il pavimento. In mezzo a tutta quella confusione, però, Lalla guardava orgogliosa il suo capolavoro: un impasto liscio e lucente di pan di spagna, pronto a essere infilato nel forno.
Prima di procedere con quell’ultimo passaggio, Lalla chiamò l’ufficiale in comando: «Zia Lu. Puoi venire?»
«Eccomi tesoro.» Disse la donna entrando nella stanza, prima di aggiungere un accorato «Caspita. Tua mamma ci ammazza tutte e due. Vai a prendere la scopa.»
Tutta impettita, Lalla sbatté tra di loro i talloni, incorniciati da pantofole di peluche, e sentenziò: «Ci penso io a pulire.»
Dopo qualche minuto di animato confronto tra zia e nipote, la prima cedette all’insistenza della seconda, che giurava di sistemare tutto prima del rientro dei genitori.
«D’accordo. La torta va tenuta venti minuti nel forno. Appena suona il timer chiamami.» Disse Luisa, con poca convinzione, girando la rotella del forno. «Appena torno», precisò, «Voglio trovare ogni cosa al suo posto. Non farmi pentire d’averti dato fiducia.»
Lalla annuì fiera, mentre guardava la zia allontanarsi scuotendo il capo; ma, intanto, anziché a pulire, tra sé e sé borbottava: «La crema pasticcera. Devo preparare la crema.»
Lalla voleva dimostrare alla sua famiglia di essere in grado di preparare un dolce da sola, che il suo posto non era l’aula di una scuola a studiare matematica e storia, ma il laboratorio di una pasticceria.
Con gli occhi che le brillavano di determinazione, si strinse il grembiule e prese l’occorrente per la crema. Aprì il primo e il secondo uovo senza intoppi. Ma il terzo era diverso: era tiepido al tatto e aveva un colore rosato, quasi traslucido, diverso dal bianco-avorio delle altre due uova. Lo picchiettò con decisione sul bordo del tegamino. Crack. Invece della solita cascata viscosa, dalla crepa uscì un flebile pigolio, seguito da una minuscola zampetta e, infine, un bel pulcino dalle piume di un bel rosa acceso.
«Mamma.» Esclamò la creatura, fissando Lalla coi suoi due occhietti neri come gocce di cioccolato fondente.
«Che?» Ribatté Lalla.
«Mamma. Sei la mia mamma.» Pigolò la creatura.
«Io sono Lalla, non la tua mamma!» Precisò lei.
«Va bene, mammilla.» Disse il pulcino andandole incontro.
Lalla arretrò d’un passo, rischiando di scivolare sulla farina sparsa nel pavimento. «Perché parli? Cosa sei?»
«Mammilla.» Continuò il pulcino, fermo adesso sul bordo del tavolo.
«Capperini, mi crede davvero la sua mamma!» Realizzò Lalla, ricordandosi del concetto di imprinting di cui trattava un documentario visto a scuola qualche settimana prima.
«Mammilla! Mammilla!» Canticchiava la creatura, con la sua vocina melodica, simile al tintinnio di un cucchiaino contro una tazza di porcellana.
Mentre Lalla cercava di riprendersi dallo stupore, il pulcino si guardò intorno e sentenziò: «Troppa confusione qui. Mammilla.»
Anche se il pigolio del pulcino aveva assunto un che di petulante alle sue orecchie, la bimba dovette ammettere che la cucina era davvero un disastro; se la zia Lu fosse tornata in quel momento, per lei sarebbero stati guai.
«Zitto, per favore!» Sibilò Lalla. «Fammi pensare.»
Il pulcino rosa inclinò la testa di lato, osservandola con un’intensità quasi giudicante. «Non pensare, devi sistemare!» Mentre pronunciava quelle parole, sbatte le ali con un vigore inaspettato per una creatura nata da meno di dieci minuti e tutta la farina e le codette sparse sul pavimento si raccolsero in un punto del pavimento, come pure tutte le gocce di cioccolato e frutta secca sul tavolo.
«Tu sei magico Pesca!» Esclamò Lalla, affibbiando al pulcino il nome del frutto e del dolce di cui aveva il colore e forma.
«Pesca? Mi piace!»
Dallo sventolio delle piume dell’animale, insieme al vento che aveva riordinato la stanza, era anche fuoriuscita una pioggia di finissimi cristalli trasparenti che, raccoltisi a spirale sul piano di legno, avevano preso a brillare come glitter. Quando Lalla li vide, intinse con la lingua l’indice destro, toccò i cristalli e si portò alla bocca quelli rimasti attaccati al dito: era zucchero, uno zucchero speciale dal retrogusto di fragoline di bosco e vaniglia. Pesca non solo era magico, ma era il perfetto assistente della grande pasticcera che Lalla voleva diventare.
«Caro Pesca, faremo grandi cose io e te insieme!»
Mentre Lalla sanciva la loro futura collaborazione, Pesca, annusando l’aria con il suo minuscolo becco, la interruppe di colpo.
«Odore di disastro. Qualcosa sta bruciando.»
Lalla trasalì: distratta dall’insolito incontro, non aveva sentito suonare il timer.
«La torta!» Urlò, notando solo allora il fumo grigiastro, che aveva iniziato a uscire dalle fessure dello sportello del forno.
Quando lo aprì, una zaffata di calore secco e acre la investì in pieno volto. Il pan di spagna, al posto di una cupola dorata e soffice, si era trasformato in un disco brunito dai bordi carbonizzati.
«Oh no! Capperini.» Esclamò desolata, immaginando il suo futuro da pasticcera sgretolarsi come quell’impasto bruciato.
«Non piangere, Mammilla!» Pigolò il pulcino, saltellando coraggiosamente sul bordo della tortiera rovente. «Sistemiamo tutto.»
Mentre Pesca stava per spiegarle il suo piano, un rumore passi felpati sul pavimento annunciò l’arrivo di una minaccia più grande: Belva. Belva era il gatto di casa: un Maine Coon tigrato grigio, delle dimensioni di una lince e con un temperamento che giustificava appieno il suo nome. Di solito, di giorno, stava in giardino a far strage di lucertole e piccoli roditori; forse era entrato dalla finestra che Lalla aveva aperto per far uscire il fumo. Il gatto apparve sulla soglia della cucina con le pupille nere dilatate dall’odore di bruciato e, soprattutto, da quel nuovo, insolito, profumo di zucchero e piume. Come vide Pesca sul tavolo, Belva si accovacciò a terra, con le natiche che oscillavano appena per prepararsi al balzo con cui avrebbe assalito il pulcino.
«Mammilla, predatore!» Esclamò Pesca con tutte le piume della nuca dritte.
«Belva, no! Buono!» Gridò Lalla, cercando di frapporsi tra il gatto e il tavolo.
Belva, senza ascoltarla, spiccò un salto prodigioso atterrando proprio dove, un attimo prima, si trovava il pulcino. Pesca, però, non fu da meno: con un frullio d’ali rapido e preciso, scatenò una raffica di cristalli di zucchero glitterato sugli occhi del felino. Il gatto, sorpreso dal contrattacco, atterrò goffamente sul cumulo di farina del pavimento. Questo dette il tempo a Lalla di prendere la scopa e ricacciarlo dalla finestra.
«Ben ti sta, stupido gatto.» Commentò Pesca. «Ora, Mammilla, togli la parte bruciata dalla torta. Veloce!»
Lalla, pronta, impugnò un coltello seghettato e, seguendo le istruzioni del pulcino, rimosse le parti annerite. Rimaneva adesso solo un disco di pan di spagna irregolare, ma ancora soffice al centro.
«Ora la crema!» Ordinò Pesca.
Mentre nella sua mente i ruoli di pasticcere e assistente si invertivano, Lalla prese a mescolare freneticamente i tuorli con il resto degli ingredienti nel tegamino.
Il pulcino si posò, quindi, sul bordo del recipiente e iniziò a scuotere le ali ritmicamente: i suoi cristalli cadevano nella crema calda, sciogliendosi istantaneamente e conferendole una sfumatura perlacea. Con un balzo atterrò poi al centro del pan di spagna, sbatté un paio di volte le ali e lo zucchero magico, che ne uscì, andò a formare una crosticina croccante, che ridava alla torta una forma e colore invitanti.
Dopo che Lalla terminò di farcire la torta, questa non ricordava più il disastro, che era uscita dal forno: sembrava la creazione di un professionista coi suoi strati di crema luccicante e pan di spagna soffice alternati.
Mentre Lalla finiva di spazzare il pavimento e Pesca provava a eliminare ogni traccia di fumo dalla stanza a suon di battiti d’ali, la voce della zia li raggiunse dal corridoio. «Lalla, tutto bene?»
«Zitto! Nasconditi!» Sussurrò la bimba a Pesca, che, con un guizzo, si infilò nella tasca del suo grembiule. Non riuscendo a immaginare la reazione della zia davanti a un pulcino rosa parlante, la bambina decise di tenerlo segreto.
Luisa entrò in cucina, alzò lo sguardo e rimase a bocca aperta: la cucina non era esattamente pulita secondo i canoni della mamma, ma poteva passare; e la torta era una meraviglia.
«Caspita Lalla…» Sussurrò la zia, avvicinandosi al tavolo. «È uno spettacolo.»
«Grazie zia.» Disse felice la bimba, sentendo il calore del pulcino contro la gamba.
Luisa prese un cucchiaino e, per non rovinare quel capolavoro, assaggiò un po’ della crema rimasta nel tegamino. I suoi occhi si chiusero e un sorriso di puro piacere le illuminò il volto.
«Non ho mai assaggiato nulla di simile. Sa di sogni, Lalla. Se tua madre assaggia questa torta, ti apre una pasticceria domani mattina.»
Lalla sorrise, orgogliosa, e sentì un piccolo becco picchiettare delicatamente contro il suo fianco, all’interno della tasca.
«Anche merito mio, Mammilla.» Sussurrò la voce melodica del pulcino.
Quella sera, anche se Lalla fu celebrata dai genitori come la nuova stella della pasticceria italiana, fu anche punita per non aver fatto i compiti per l’indomani. Pure Belva, che non le aveva perdonato il malo modo in cui lo aveva cacciato quel pomeriggio, trascorse la serata a farle agguati e a cercare di scoprire dove Pesca fosse nascosto. E mentre fuori quella domenica di ottobre volgeva al termine, nella cameretta di Lalla, una ciabatta di peluche ospitava adesso, non più un piede, ma un piccolo ospite rosa, che dormiva sognando meringhe. La matematica poteva aspettare, come anche Belva che grattava fuori dalla porta della cameretta di Lalla per farsi aprire; la magia, invece, no; insieme al primo passo del cammino intrapreso dalla bambina per esaudire il suo sogno.

[Racconto pubblicato nella raccolta “Favole e fiabe 2026 vol. 2”, Historica Edizioni (codice ISBN: 978-88-33377-10-0)]

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