Il canto

Quanti anni fossero passati, lei non lo ricordava più. Erano diventati una rete di solchi e rughe sul viso dell’uomo. Lei li percorreva con l’indice, come provando a leggere una mappa di cui non ricordava più le strade. Ogni linea, piega, che carezzava, era un ricordo che cercava di rievocare, facendo attenzione a non destarlo dal torpore di quel sonno, cui sempre più spesso lui si abbandonava. Ogni volta l’intera vita trascorsa insieme le si faceva davanti, scandita al ritmo di risacca e un’indistinta sequenza di immagini e salmastro. Si diceva che era quello il potere del tempo e anche il suo limite: perché come era vero che alcune cose cambiavano al suo passaggio, altre restavano, invece, immutate. Ma forse stava solo mentendo a sé stessa e la loro immutabilità era data dal ciclico ripetersi di giornate tutte uguali. Nonostante ciò, proprio adesso, che si stava assottigliando quel filo del destino che li aveva tenuti sino allora uniti, si sentiva più che mai legata a lui, anche se né legata né destino erano le parole giuste per descrivere quello che provava.

«Sento le tue dita scorrermi sul viso: sono fredde come l’acqua del mare e gentili come la sabbia tiepida di primavera sotto i piedi. Fingo di dormire, altrimenti so che smetteresti, pensando di avermi disturbato. E io non voglio che tu smetta. Ci sarà tempo anche per quello, ma ora non voglio perdermi neppure un attimo di te e del dono che è stata la tua presenza nella mia vita. Resto fermo, così, cercando quasi di non respirare quell’aria che è diventata ormai un veleno per me. Un fuoco che mi consuma come una candela, da dentro. E fa male. Male come tu mi fai bene, lo so. Vorrei che le rughe e le cicatrici si facessero parole sulla mia pelle per esprimere quello che provo e non ho mai saputo dirti a voce. Sussurri segreti per le tue orecchie gentili, che nessuno senta e possa dire, schernendomi, “il muto ha parlato.”»

Le parole. Le parole erano sempre state per lei la massima espressione di quella presunzione tutta umana di voler etichettare ogni cosa. Ma l’essenza di concetti come amore, odio, vita e morte poteva davvero essere contenuta nelle poche lettere che ne formavano il nome? Non c’erano, infatti, infiniti modi di amare, odiare, vivere e morire? Sentimenti che potevano coesistere anche insieme, nello stesso istante, con una commistione tale da non riuscire a capire dove finiva l’uno e cominciava l’altro. No, non era possibile contenere l’assoluto in una singola, distinta parola. Lui, però, era diverso e forse proprio per questo gli era rimasta accanto tutti quegli anni. O forse no. Talvolta le era capitato di chiederselo senza mai riuscire a rispondersi. Ormai, però, era da tempo che non se lo domandava più. Mentre disegnava il susseguirsi di onde sulla fronte dell’uomo, si accorse che scottava. Ritrasse, sorpresa, le dita, umide di sudore, e le portò al naso, alla bocca per saggiarne odore e sapore. Acqua salata. Poi le allontanò dal volto e rimase a fissarle, come se non gli appartenessero, sopraffatta da una nostalgia senza nome. 

«Sento la tua mano staccarsi da me. Non farlo ti prego. Come vorrei dirti di continuare. Basterebbe una parola, una sola. Neppure quella. Non sono mai stato bravo a parlare io. Le frasi si formano forti e chiare nella mia mente, ma, ogni volta che provo a tirarle fuori, la lingua si attorciglia e le sillabe si accavallano le une sulle altre. Neppure “mamma”, la parola più dolce e naturale nella bocca di un bambino, sono mai riuscito a pronunciare senza trasformarla in un orrendo balbettio. Ti ho trascinata nel mio silenzio, tu che eri nata per cantare. Intravedo controluce, attraverso le palpebre sottili del vecchio che sono diventato, la tua sagoma. La stessa di allora. La stessa di quando ti vidi brillare tra gli scogli, riflettere la luce del sole con la tua pelle cangiante.»

China col viso su quello di lui, si accorse di piangere. Né fu sorpresa e consolata insieme. Quando una lacrima le cadde su uno zigomo dell’uomo, intuì che non stava più dormendo dalla sua totale assenza di movimenti: quella forzata fissità le rivelò che doveva essere stato sveglio tutto il tempo e sorrise. Passò allora l’indice della mano destra sulla sua guancia di lui, come per disegnarvi qualcosa dopo averlo intinto in quella gemma di acqua e di sale che gli aveva donato. Poi allontanò nuovamente la mano. Fu allora che il vecchio pescatore aprì gli occhi e le afferrò il polso con una forza, di cui lei non lo credeva più capace. I due si fissarono così, a lungo, immobili, per rendere eterno quell’attimo insieme.

«Ricordo che arrivai da te, come ipnotizzato. Mi apparisti come il luccichio di un’esca, su cui mi lanciai, anche se sapevo che mi avrebbe intrappolato. Ti raggiunsi, senza accorgermene, facendomi largo, scalzo, tra gli scogli dove eri riversa. Quella luce era il tuo grido di dolore. Se non a me, per chi lo lanciavi? Ricordo i miei piedi feriti dalle rocce nel rosso del sangue versato, ma ho scordato il dolore che pure devo avere provato. Eri distesa, riversa inerme sugli scogli; splendente come la lama di una spada. E come la ferita di una lama faceva male guardarti. Anche se quella ferita eri tu. Quando mi avvicinai per sfilarti l’arpione dal fianco, il tuo respiro di salsedine mi avvolse come l’abbraccio del mare. Riconobbi in te il mio elemento. Fu allora che capii di appartenerti ed ebbi paura: io che ero sempre stato solo, credendomi libero, mi ritrovai intrappolato nella morsa di un fato, cui capivo di essere sempre stato predestinato. Spezzai l’asta dell’arpione per sfilarti la punta dal ventre e afferrai l’altra estremità che ti usciva da un fianco. Ci fu un attimo in cui ti guardai come a un trofeo, un bottino di pesca di cui vantarmi con i miei detrattori. Alzai il braccio per finirti, ma lo ritrassi subito per mettermi a piangere, accanto a te, per ore. Piangevo per te, della mia vita e del mare.»

Doveva la sua vita a quell’uomo strano e silenzioso. Uguale a quelli che l’avevano ferita, eppure diverso. Lui era stato il primo a non sembrarle estraneo, eppure, o forse proprio per questo, lo aveva a lungo respinto. Appena sveglia, si era ritrovata un giorno nella casa dell’uomo, un insieme precario di assi di legno, spifferi e odore di muffa. Aveva cercato di scappare, senza averne le forze. L’indomani ci aveva nuovamente provato, svenendo per debolezza e dolore poco lontano dal misero letto, dove l’uomo l’aveva riposta. Dopo di allora ci aveva provato ancora e ancora, invano, non riuscendo mai a reggersi sufficientemente a lungo in piedi sulle gambe. L’uomo non aveva mai cercato di trattenerla, ma, a ogni suo fallimento, era sempre tornato a raccoglierla per riportarla a casa. E lei era andata avanti così per molto tempo, conquistando ogni giorno un passo in più, fino a quando era riuscita a raggiungere il luogo del suo ritrovamento. Solo che, una volta giuntavi, si era voltata ed era tornata nella casa dove l’uomo l’aveva accolta e dove adesso sapeva di dover restare. Per anni lui le aveva ceduto il letto, dormendole accanto sdraiato sulle assi del pavimento, coperto solo da una rete. Per anni così, prima che lei decidesse di condividere con lui il modesto giaciglio.

Un attacco di tosse, che sembrò non terminare più, scosse l’uomo, che fissò gli occhi nuovamente su quelli di lei.

«So che l’hai capito, come l’ho capito anche io. Devi aiutarmi fino a che avrò la dignità di chiedertelo. E mi va bene. Davvero. Ho vissuto abbastanza e avuto dalla vita ben oltre quello che ho mai meritato. È l’ora di andare. Anche per te.»

Un altro attacco di tosse, più lungo, tornò a scuotere il petto dell’uomo che sembrava, a un tratto, come stare per spezzarsi in due.

“C-canta.”

Chiuse gli occhi all’uomo e poggiò l’orecchio sinistro sul suo petto. Silenzio. Gli distese le braccia lungo il dorso fin sotto ai fianchi e sistemò i capelli arruffati da una parte. Si alzò piano dal letto, dove era seduta, e lo guardò un’ultima volta. Liberarsi della veste, che indossava, fu come spogliarsi da un senso di oppressione, che negli anni aveva imparato ad accettare come parte integrante della loro convivenza. Il sollievo fu immediato: si era liberata di un’esistenza che non le apparteneva più. Della maschera. Senza il peso di quel tessuto, sentì di nuovo la pelle respirare ed ebbe freddo. Poco dopo le salì un vago senso d’inquietudine al petto, il peso di una gravità che non era la sua. Uscì dalla baracca, che per anni aveva considerato casa, sapendo che senza di lui quello non era più il suo posto. Non chiuse la porta e non si voltò mai indietro; senza accorgersene si ritrovò sugli stessi scogli dove lui l’aveva raccolta ferita. Immerse un piede nell’acqua e poi l’altro. Si sentì percorrere da una scossa elettrica: aveva capito di star ritornando alla sua vera natura, che era un bene, anche se faceva comunque male. Respirò l’ultimo raggio del sole, che volgeva al tramonto, e sorrise.

Un attimo ancora, un tuffo e poi scomparve, nascosta per sempre dalla soffice schiuma di un’onda di mare.

[Racconto pubblicato in “Alcova letteraria 5”, Independently published (codice ISBN: 979-82-7237-388-5)]

Comments

2 risposte a “Il canto”

  1. Avatar Riccardo
    Riccardo

    Bella la “tensione” non scritta che c’è tra i due protagonisti e che si percepisce sin dall’inizio

    1. Avatar LaRibellula.it
      LaRibellula.it

      Grazie mille!

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