«Che vuol dire che sei nel bar in fondo a viale Cavour? Ma sei scema? Non ti muovere di lì. Arrivo».
Gabriele si mise il giacchetto, prese il portafogli dalla scrivania e si diresse verso la porta d’ingresso dello studio. Prima di uscire, annunciò a voce alta:
«Vado a compare le sigarette. Torno subito».
Scese le scale dell’edificio a due a due e, dopo nemmeno un minuto, era davanti al bar a guardare Lisa attraverso le vetrate del locale. Lei era seduta a un tavolino con indosso ancora sciarpa e cappotto. Teneva una tazzina di caffè tra le mani. Gabriele le vide alzare la tazza e appoggiarla, a turno, su entrambe le guance, per scaldarsi. Quante volte le aveva visto fare quel gesto e quante volte ne aveva sorriso. Adesso, però, non rideva: la osservava, invece, seccato, trovando noioso e ridicolo quel suo voler essere sempre così uguale a se stessa.
«Cos’è venuta a fare? Non mi farò di certo incastrare da lei» borbottò tra sé e sé, mentre entrava nel locale e le si sedeva di fronte.
Nell’esatto momento in cui i loro occhi si incrociarono, lo sguardo di Lisa si illuminò e la sua pelle diafana, resa ancor più bianca dal freddo, si tinse di rosso per un attimo.
«Volevo farti una sorpresa» sussurrò.
«Ci sei riuscita. Perché non mi hai avvisato che venivi qui oggi?» Disse lentamente Gabriele, per mascherare la propria irritazione.
«Sono due mesi che non ci vediamo. Pensavo che ti avrebbe fatto piacere…» bofonchiò lei, mentre abbassava lo sguardo.
Gabriele riconobbe subito la voce da bambina, che usava tutte le volte che voleva intenerirlo. Questo lo tranquillizzò circa le sue reali intenzioni.
«Certo che mi fa piacere, ma dovevi, comunque, avvertirmi. Sei venuta da sola in macchina?» Chiese, sfiorandole con un mignolo le mani, mentre il barista guardava da un’altra parte.
«Sì. Ho impiegato tre ore ad arrivare, credo di aver fatto tutto il tragitto in terza» rispose lei, sempre a voce bassa.
Gabriele, che sapeva quanto Lisa odiasse guidare, per un istante ne fu quasi commosso.
«Strullina, non dovevi. Soprattutto senza dirmelo prima. Tra poco ho un appuntamento con un cliente, che non posso proprio rimandare» aggiunse, quindi, con voluta noncuranza.
«Ma dopo sei libero? Perché, se sei libero, aspetto» incalzò lei, sempre con lo stesso timbro infantile di prima.
«No, oggi ho una giornata pienissima. Mi spiace. Se mi avessi avvisato prima di partire, ti avrei evitato un viaggio a vuoto» dichiarò perentorio Gabriele, senza, però, avere mai il coraggio di guardarla negli occhi.
Temeva che se i loro sguardi si fossero incrociati, lei si sarebbe messa a piangere e una scenata in paese era l’ultima cosa che desiderava. Si alzò così di scatto e, dopo aver appoggiato cinque euro sul tavolino, ribadì:
«Vorrei restare con te, davvero, ma – credimi – proprio non posso oggi».
Anche se quel giorno Gabriele era veramente oberato di impegni, se avesse voluto, avrebbe comunque potuto trovare un’oretta da dedicarle. Solo non desiderava farlo. Voleva, infatti, punirla per quell’improvvisata che lo aveva esposto al rischio che la loro tresca venisse scoperta da qualche conoscente e, forse, addirittura dalla moglie.
«Lo sai che tutto quello che si dice prima di un “ma” non conta?» Disse Lisa, che nonostante adesso sorridesse, aveva davvero gli occhi lucidi.
«Ti accompagno alla macchina e poi rientro in ufficio» sospirò Gabriele, intenerito dalla reazione dimessa della donna, ma al tempo stesso non pentito della sua decisione.
Era certo che se si fosse dimostrato indulgente, lei si sarebbe sentita incoraggiata a comportarsi di nuovo in quel modo in futuro, facendoli prima o poi beccare.
«Grazie» disse Lisa, uscendo dalla porta del bar, che lui le teneva aperta.
Una volta fuori, i due arrivarono al parcheggio, camminando uno accanto all’altra senza mai toccarsi e senza mai parlare. Sempre in silenzio raggiunsero l’automobile di Lisa, davanti alla quale la donna estrasse dalla borsetta, insieme alle chiavi, una busta sigillata che consegnò a Gabriele.
«Leggila quando hai un po’ di tempo. Non è lunga».
Mentre Lisa stava per entrare in macchina, Gabriele, dopo essersi assicurato che l’area fosse completamente deserta, la scaraventò sopra il sedile e inizio a sbottonarsi la patta dei jeans.
«Hai messo a repentaglio la nostra storia, venendo qui. Lo capisci che se Sandra, o qualche sua amica, c’avesse visto, tra noi sarebbe finita? Ora per punizione mi far…»
Gabriele non ebbe modo di finire la frase. Il rumore di uno scooter, lo riportò alla realtà. Si chiuse rapidamente i pantaloni e indietreggiò di un passo per salutarla e vederla andar via.
«Vai piano, mi raccomando» aggiunse, ironico, nel congedarsi, accompagnando quelle parole con un ampio cenno della mano. «Ci sentiamo quando esco dall’ufficio».
Anche se aveva il finestrino abbassato, Lisa non si voltò per rispondergli. Ingranò la retromarcia e, dopo un paio di manovre, uscì dal parcheggio. Gabriele si accorse che stava piangendo, ma non dette peso a quella reazione, che in fondo si aspettava. Si era comportato in quel modo per loro e lei alla fine lo avrebbe capito.
Guardò a quel punto la lettera e fu tentato per un attimo dall’aprirla e leggerla subito. Poi ci ripensò e la mise nella tasca interna del giacchetto.
«Saranno le sue solite stronzate» pensò, spietato, e a passo svelto si avviò verso l’ufficio.
Una volta rientrato nello studio, si dimenticò completamente della missiva e si rimise a lavorare. E fu come se lui e Lisa non si fossero mai incontrati quel giorno.
Gabriele si ricordò della lettera solo la sera, mentre stava tornando a casa dal lavoro. La sfilò dal giacchetto con l’obiettivo di leggerla prima di rientrare e, sempre fuori, mandare un messaggio di risposta a Lisa sul cellulare.
Si sfilò, quindi, il telefonino dalla tasca posteriore dei jeans, per controllare se c’erano suoi messaggi e forse una o due chiamate perse. Lo aveva impostato in modalità “silenzioso” dopo il loro incontro e se lo era scordato così per tutto il pomeriggio.
Rimase stupito nel non vedervi alcuna notifica, nel constatare che Lisa non lo aveva neppure avvertito di essere arrivata sana e salva a casa.
«Che si sia offesa? Impossibile» pensò tra sé e sé, prima di sedersi su una panchina poco illuminata del parco vicino al condominio dove abitava.
Lì si mise a fissare qualche secondo la busta bianca, soppesandola con le mani, nel tentativo di intuirne il contenuto.
«Lisa, Lisa, Lisa…» sussurrò, sorridendo e, mentre apriva la busta, ripensò a loro due e alla loro storia.
Gabriele e Lisa erano stati compagni di classe durante il liceo. Lui l’aveva amata per cinque anni in silenzio, senza mai farsi avanti, senza mai rivelare a nessuno all’infuori di se stesso quel sentimento, che non si sentiva degno di provare: una ragazza sicura e bella come lei, perché mai avrebbe dovuto interessarsi a un nerd come lui?
Era stato così che, dopo la maturità, si erano persi di vista, finendo per vivere ciascuno le proprie esperienze, la propria vita. Così, fino a quando, nel giugno 2014, a uno degli ex compagni di classe non era venuto in mente di festeggiare con una cena i dieci anni dal diploma.
Per organizzare l’evento, come prima cosa, era stato creato un gruppo su WhatsApp dedicato, dove pian piano erano stati aggiunti i contatti di tutti.
Quando Gabriele aveva scorto, tra i tanti, anche il nome di Lisa, aveva ripensato a quegli anni e sorriso delle proprie insicurezze di allora. Per esorcizzare la goffaggine di quel periodo una volta per tutte, al primo pretesto utile, aveva cominciato a scriverle in privato, confidandole, in vista della prossima riunione, i sentimenti che aveva provato per lei durante il liceo. Lei era stata al gioco ed era iniziato così un incalzante e ironico botta e risposta tra di loro.
Il giorno della cena era stato perfetto: seduti l’uno di fronte all’altra non avevano fatto altro che parlare e ridere insieme per tutta la serata, ripensando agli anni del liceo.
Al momento di congedarsi, lui le aveva preso la mano e, incoraggiato dalla sua accondiscendenza, l’aveva baciata nel parcheggio, dove entrambi avevano lasciato la macchina.
Era cominciata così la loro relazione. Bellissima e inattesa, anche se per entrambi clandestina, dato che tutti e due erano già impegnati: Gabriele era sposato da sette anni, mentre Lisa conviveva da tre con il proprio compagno.
Era trascorso così il primo anno insieme, fatto di incontri rubati ad una quotidianità, da tempo senza più sorprese, e di emozioni riscoperte, come quella di passare ore soltanto a baciarsi. Gabriele e Lisa si erano promessi in quel periodo amore eterno ogni giorno, come se fossero ancora gli stessi liceali di dieci anni prima, e di lasciare al momento giusto i rispettivi partner per vivere la loro storia alla luce del sole.
Quel momento era arrivato per Lisa poco dopo l’anno, quando lei non ce l’aveva fatta più a fingere col compagno e lo aveva lasciato. Gabriele spaventato da quel gesto improvviso, sentendosi forzato, si era subito messo sulla difensiva e, nonostante lei non gli avesse chiesto niente di concreto, aveva subito chiarito che non era quello per lui il momento di lasciare la moglie: troppi interessi in comune, troppi vincoli ancora. Le aveva, però, promesso che se si fossero amati in quel modo pure un altro anno, anche lui avrebbe compiuto quel passo e si sarebbe separato a sua volta.
E il secondo anno era arrivato davvero, ma la promessa era stata rimandata di nuovo.
Lisa non aveva mai obiettato nulla, dichiarando di capirlo, fino a quando non aveva scoperto, per caso, che Gabriele e Sandra stavano provando ad avere un bambino. Da quel momento qualcosa si era incrinato tra loro e il comportamento di Lisa nei confronti di Gabriele era cambiato. Aveva, per esempio, preso l’abitudine a fargli tremila domande sull’argomento, sul suo rapporto con la moglie, sulle reali intenzioni che aveva verso di lei. Gabriele, che non sopportava questi continui interrogatori, le aveva subito dimostrato la propria insofferenza, prendendo le distanze e imponendogli alla fine di non parlargli più di Sandra. Lisa, dopo l’iniziale resistenza, si era arresa. Era tornata pian piano a essere la donna conciliante, che lui conosceva, e tra i due era tornata la calma.
Negli ultimi mesi poi, anche se i loro incontri erano diventati più radi, si era instaurato tra di loro un nuovo piacevole equilibrio e di questo Gabriele era molto felice.
Coucou Chouchou!
Che ore sono? Scommetto che sono le 20 passate…
Gabriele guardò d’istinto sullo schermo del cellulare per vedere l’ora e sorrise nel constatare che erano le 20:18. Quindi, riprese a leggere.
… scommetto anche che hai appena guardato l’orologio per vedere se è vero. Come faccio a saperlo? È che ti conosco troppo bene oramai.
Anche se non lo sai, oggi erano mille giorni di noi. Te lo ricordo, come ti ho ricordato il giorno del nostro primo anniversario e poi pure del secondo. Non sei bravo con le date, con alcune almeno. Io sono come te ed è per questo che quelle importanti, come la nostra o quella del tuo compleanno, le salvo nella memoria del cellulare. Te lo consiglio per il futuro, non ci vuole molto.
Adesso penserai che sono partita con le mie solite recriminazioni: un po’ hai ragione e un po’ no.
Hai ragione per il fatto che ho sempre interpretato queste tue “selettive” amnesie come una mancanza di rispetto nei miei, nei nostri confronti, come l’ennesimo modo di ribadire che quello che c’era tra noi non era importante.
Non hai ragione perché stavolta non te l’ho scritto per cercare di ottenere una qualche reazione da parte tua. Oramai ho smesso di aspettare. Da oltre dieci ore per l’esattezza, da quando questa mattina mi hai così gentilmente chiesto di tornarmene a casa.
A questo punto sarai tentato di accartocciare queste pagine e buttarle nel primo cestino che incontri per strada, ma so che non lo farai. Se non altro per la curiosità di capire dove voglio andare a parare. Ed è semplice, se ci pensi (ti ho lasciato qualche indizio in queste prime righe). Ancora niente? Okay, okay, la smetto. Ti immagino, sai, seduto da qualche parte che cominci a innervosirti. Cercherò così di farla breve, anche se non è facile.
È finita.
Non è facile, perché non si può chiudere tutto quello che c’è stato tra di noi in questi 2 anni e mezzo (o 17 e mezzo, a seconda di come vuoi vedere le cose) con due sole parole. A voce non ce l’avrei mai fatta.
Non è facile, perché l’idea di continuare a vivere senza di te mi da angoscia e una sensazione mai provata di soffocamento. È come se avessi appoggiato sopra al torace un enorme macigno, che mi impedisce di alzarmi da terra e, a tratti, di respirare.
Non è facile, perché, prima di oggi, c’ho provato altre 18 volte e non ci sono mai riuscita. Ogni volta mi dicevo che ero forte e che ce l’avrei fatta ad andare fino in fondo, poi mi bastava una tua parola o una faccina gentile in un messaggio per ripensarci e non farne più di niente.
Non è facile per mille altri motivi, ma soprattutto non è facile perché ti amo ancora, sempre, senza rimedio, senza speranza, senza luce alla fine del tunnel.
Ho sempre pensato all’amore, quello vero, come quello che provo per te, come a un qualcosa di vivo, che cresce, che si alimenta di quotidianità e piccole cose. Ma la nostra relazione è sempre stata diversa, fatta per lo più di sottrazioni. E così prima mi hai negato la possibilità di un futuro insieme, poi la possibilità anche solo di sognarlo e, ultimamente, con i tuoi continui cambi d’umore, mi hai tolto definitivamente ogni gioia di stare con te, di averti nella mia vita.
Questo pomeriggio accetterò quel posto di lavoro, di cui ti ho parlato un mese fa. E probabilmente adesso, proprio mentre tu stai leggendo queste righe, io sono in viaggio verso l’aeroporto.
Poco altro mi rimane da dirti, se non che ti auguro un amore che ti dia la forza di cambiare, di scardinare tutte le tue certezze e di rendere irregolari i battiti del tuo cuore.
Sii felice.
Ton chaton, toujours ta Lisa
PS. Voglio dare un’ultima, ennesima, possibilità a noi. Aspetterò fino alle 17:00 che tu ti faccia vivo. Se così non sarà, come purtroppo credo, pazienza. Vuol dire che tra noi non era proprio destino e mi comporterò di conseguenza. Dopo quell’ora sarà anche inutile chiamarmi, perché avrò già cambiato numero di cellulare; non voglio, infatti, rischiare di finire per cercarti stanotte o domani.
Mentre Gabriele teneva tra le mani quelle pagine, si accorse di avere le dita bagnate. Gli ci volle qualche secondo a realizzare di stare piangendo. Appoggiò la lettera sulla panchina e si guardò i polpastrelli, incredulo. Li asciugò sopra i jeans e li guardò di nuovo, come se non gli appartenessero. Poi prese il cellulare e fece partire una chiamata.
Dopo qualche secondo di silenzio, che gli parve eterno, udì il nastro registrato dell’operatore telefonico, che, con quel tono asettico, lo riportava alla realtà: “il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento o non raggiungibile, la preghiamo di richiamare più tardi”.
«Cazzo Lisa, rispondi. Non puoi farmi questo» sussurrò, mentre lo ascoltava, prima di ritentare.
Mentre provava e riprovava a chiamarla, con una frenesia che non gli era mai appartenuta, gli arrivò la notifica di un messaggio. Con il cuore che gli batteva con violenza nel petto, apri WhatsApp per leggerlo. Era Sandra.
Visto che sono le otto passate, inizio a mangiare. Certo potresti anche avvertire, quando fai tardi.
Dopo averlo letto, Gabriele ebbe la tentazione di scaraventare il telefonino con forza a terra. Lo fermò solo l’idea che, se lo avesse fatto, Lisa non avrebbe potuto rintracciarlo, nel caso in cui si fosse pentita della sua scelta e avesse deciso di ricontattarlo. Si sforzò allora di ricordarsi di quel nuovo lavoro, che menzionava nella lettera, ma non gli venne in mente niente: probabilmente non l’aveva neppure ascoltata quando gliene aveva parlato. Valutò la possibilità di scrivere nel gruppo dei compagni di classe del liceo su WhatsApp, per scoprire se qualcuno ne sapeva qualcosa, ma gli parve improbabile; lo avrebbe fatto solo se, di lì a due giorni, non avesse avuto più sue notizie. Adesso non riusciva a concentrarsi, a scegliere con cura le parole da usare per non insospettire nessuno.
Provò un’altra volta a telefonarle, senza successo. Quindi guardò, come per un riflesso condizionato, l’orario sul cellulare e vide che mancavano pochi minuti alle 21. Respirò profondamente e cercò di ricomporsi. Sapeva di dover rientrare a casa, dove di sicuro lo attendeva l’ennesima scenata da parte della moglie. Ma non gli importava, in quel momento non era quella la cosa importante; l’unica, infatti, a premergli era Lisa, insieme alla consapevolezza che, al di là del tempo, dello spazio e della noia, anche lui l’amava.

[Racconto pubblicato in “I giovani di Holden Vol. 3”, Giovane Holden Edizioni (codice ISBN: 978-88-3292-070-3)]

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